Visualizzazione post con etichetta racconti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta racconti. Mostra tutti i post

mercoledì 9 novembre 2011

Resources for Entertainment - Il Cambiamento




Secondo discorso del manuale avanzato Toastmasters "The entertaining Speaker": in questo progetto chiamato "Resources for entertainment", avevo questi obiettivi:



  • Draw humorous and/or dramatic material from sources other than your own personal experience.
  • Adapt your material to suit your topic, your own personality and the audience. Use entertaining material as a means of conveying a serious message.

Ecco il discorso:


Presidente, amici soci e ospiti, stasera parliamo di cambiamenti.
Su una foglia di cavolo, un bruco sta parlando con un altro bruco e gli indica una splendida farfalla che vola sopra di loro: “Sai, io non diventerò mai così”
Poverino, crede di potersi opporre al cambiamento.
Il cambiamento accade che noi lo vogliamo oppure no.
E’ già in atto, in ogni istante della nostra vita.
Il bruco è in compagnia di altri grandi che hanno commesso il suo stesso errore.

Sapete cos’ha detto nel 1876 Sir W. Preece, capo delle poste britanniche?
“Gli americani hanno bisogno del telefono, noi no.
Abbiamo fattorini in abbondanza.”

E invece H.M. Warner, fondatore della Waner Bros nel 1927:
“A chi diavolo vuoi che interessi sentir parlare gli attori?”

Conoscete la storia dei due rospi?

Un giorno due rospi caddero in un secchio di panna.
Uno dei due urla all’altro:
“Aiutooooooo, moriremoooooooo”, si perse d’animo, chiuse gli occhi e affondò nella panna, morendo.
L’altro non si diede per vinto e urlò “Lo vedremo! Io ce la farò”
Inizio a muoversi, ad annaspare nel liquido cercando di stare a galla, cercando di arrivare al bordo del secchio.
I suoi movimenti affannosi, continui e decisi trasformarono la panna in burro: il rospo grazie a questa base d’appoggio solida riuscì a tirarsi fuori e a saltare fuori dal secchio.
Sano e salvo.
Anche le situazioni più disperate possono avere una soluzione: basta non perdersi d’animo e mettercela tutta.
Sì, ma come?

Una volta ho letto una storia inglese che iniziava così

“Quand'ero giovane e libero e la mia fantasia non aveva limiti, sognavo di cambiare il mondo.

A quarant’anni quando ero diventato più esperto e maturo, scoprii che il mondo non sarebbe cambiato, così decisi di cambiare soltanto la mia nazione.

Ma anche questa sembrava immutabile.

Dieci anni dopo, diventato più vecchio e più saggio, quando capii che la mia nazione non sarebbe cambiata, provai a cambiare la mia città.
Di nuovo fallii.
Giunto al crepuscolo della mia vita, in un ultimo disperato tentativo, mi proposi di cambiare soltanto la mia famiglia, le persone più vicine a me, ma ahimé non vollero saperne.

Ora giaccio sul letto di morte e all'improvviso ho capito: se solo avessi cambiato prima me stesso, dando il buon esempio, sarei riuscito a far cambiare la mia famiglia.

Con la loro ispirazione e il loro incoraggiamento, sarei stato in grado di migliorare prima la mia città, forse la nazione e chissà, avrei anche potuto cambiare il mondo.”

La chiave di tutto sembra quindi essere “cambiare se stessi”.
Come farlo?
La prossima storia potrebbe svelarci questo segreto.

Il Signore di una terra decise di far visita agli uomini che stavano lavorando nel cantiere.
Una volta giunto sul posto, scese da cavallo e chiese al primo:
“cosa stai facendo?”
E questi rispose “sto spaccando pietre”
Poi chiese al secondo “E tu?”
“Io lavoro per i soldi”
Quindi rivolto al terzo “E tu?”
“Io lavoro per sfamare la mia famiglia”
Quindi lo chiese al quarto
Questi, posò per un attimo i suoi strumenti e indicò la costruzione alle sue spalle.
“Io... Io sto costruendo una cattedrale...”
Ogni giorno quando scendiamo dal letto sperimentiamo un importante cambiamento: dalla posizione orizzontale ci alziamo in quella verticale.
Ed è un momento importantissimo delle nostre giornate.
Come scendiamo dal nostro letto?
Qual è il nostro primo pensiero quando appoggiamo i piedi a terra?
Con quale dei lavoratori ci identifichiamo?
Stiamo costruendo la nostra cattedrale?
Come possiamo costruire la nostra cattedrale?
Dove possiamo trovare la nostra cattedrale?
La cattedrale.
La chiave per il cambiamento è il sogno della nostra... [basta uno sguardo e il pubblico il sala completa la frase...] CATTEDRALE.
Non ho sentito bene.
[Loro ripetono con ancora più energia] CATTEDRALE.
Ancora una volta chiedo io.
[Il loro boato riempie la stanza] CATTEDRALE.

domenica 18 settembre 2011

The entertaining Speech - Filippo di Bevagna


Quest'anno al Toastmasters ho iniziato un nuovo manuale avanzato.

Dopo essere finalmente diventato Advanced Communicator Bronze, mi preparo alla nuova sfida: "The Entertaining speaker".

Il mio primo discorso aveva come obiettivo principale quello di intrattenere.

Questi i miei obiettivi:
Entertain the audience through use of humor and/or drama drawn from your personal experience.
Organize an entertaining speech for maximum audience impact.

E questo il discorso, dal titolo "Filippo di Bevagna".

L'articolo continua sul mio blog Notepad.it

mercoledì 24 marzo 2010

Amore e Psiche: quinto discorso story telling


Quinto e ultimo progetto del manuale avanzato sullo story telling all'interno del percorso di formazione Toastmasters International.

Il tema del progetto è Bringing History to life. Lo scopo di questo discorso è: "Storytellers have also been historians, using their talents to tell the world about the events that shaped it. Stories about the knights of the Round Table, battles, explorers and leaders are as interesting as todays as they were many years ago. When telling an historical story, narrow it to one event and make sure it has a plot, conflict, characters, a setting and action.
Carefully develop the characters. You may have to cut the story to fit your time limits."


Il mio discorso si ispira alla leggenda di Amore e Psiche.
La storia di Amore e Psiche viene messa per iscritto da Apuleio,
scrittore latino del II secolo nella sua opera Le metamorfosi.

L'articolo continua sul mio nuovo blog Notepad.it

martedì 20 ottobre 2009

Operazione Overlord: story telling, terzo discorso


Terzo mio progetto sullo story telling all'interno del percorso di formazione Toastmasters International.

Il tema del progetto è The Moral of the Story. Lo scopo di questo discorso è: "Every story should offer some lesson or insight into life and human nature. USe stories with lessons to illustrate points in your own speeches. You can quote the stories of others, or make up your own. A story with a lesson or moral, should have a simple plot and a simple characters and the topic should be something with which people are familiar. The story should have and unexpected and somewhat humourous conclusion."

Chi di voi ha mai sentito parlare dell'operazione Overlord?
E' il nome in codice dello sbarco in Normandia.
Un'impresa fondamentale per dare una svolta alla seconda guerra mondiale.

L'articolo continua sul Notepad.it, il mio nuovo Blog, ti aspetto!

venerdì 7 agosto 2009

Nuova Antologia: spettri del Visibile



E' finalmente uscita la nuova antologia degli Scrittori Sommersi, edita da Gattogrigio.

192 pagine di racconti legati tra loro dal tema comune dell'antologia: i colori.

Io ho partecipato a questa antologia col mio racconto Incontri, ispirato dal colore rosso.

Per tutte le informazioni su questa antologia, sugli autori, sui racconti e su dove comprarlo, potete consultare il sito ufficiale degli Scrittori Sommersi.

Buona Lettura

Davide Giansoldati

sabato 4 luglio 2009

Top Secret: storytelling, secondo discorso


Continua il mio percorso avanzato nel Toastmasters: il tema comune ai miei prossimi cinque discorsi sarà lo storytelling.

Il secondo progetto, Let's Get Personal consiste in: "Storytellers often create and tell their own stories. Use your own experiences and observations to build a story that will entertain listeners.
Outline the story, paying close attention to plot, setting, characters and conflict.
Then fill in dialogue and description. Strive for images so real that everyone can see them. Personalize the story and keep it short. Use natural gestures and body movements."


Ho scelto per questo progetto di raccontare un'esperienza che mi è capitata durante il mio anno di militare.

Buona lettura a tutti!

"Comandi!"
Il mio primo giorno di miliare comincia così, in una calda giornata di agosto.
Presidente, cari amici e ospiti, buona sera. Quello che sto per raccontare è top secret e ufficialmente non è mai successo. Vi prego di non parlarne con nessuno.
Posso contare sul vostro silenzio?

Il mio secondo giorno di militare inizia col mio ricovero in infermeria: per quasi due settimane gli ufficiali medici non sanno decidersi tra un'ernia inguinale e un'appendice infiammata.
Così, decidono di mandarmi all'ospedale militare di Baggio, qui a Milano.
Appena arrivato, mi consegnano la divisa da malato: un pigiamino azzurro ultra sbiadito e una sacca rosso/marrone slavato dove mettere i pochi effetti personali consentiti.
Le pareti dell'ospedale sono anonime e squallide: in tema perfetto col nostro look da malati. Intorno a me, visi smorti e vetri rotti alle finestre.
Sembra un manicomio.
La mia stanza è al primo piano: un lunghissimo corridoio deserto e silenzioso con una trentina di porte a destra e a sinistra.
La mia è la prima, l'unica occupata del piano che condivido con un ragazzo, Luca: lo trovo a letto che si contorce dal dolore.
Siamo soli e moribondi e non c'è nessun altro. Nessuno.
Provo a intavolare una conversazione e tra una fitta di dolore e l'altra mi racconta del suo passato da pugile, pesi massimi.
Ho una strana sensazione, ma cerco di tranquillizzarmi: andrà tutto bene.
Mi sbagliavo di grosso.

E' sera e il dolore di Luca aumenta ancora.
Finalmente arriva l'ufficiale medico che, dopo averlo visitato, decide di non dargli nulla.
Si spengono le luci: io provo a dormire. Impossibile. Luca urla di dolore.
A parte me non c'è nessuno ad ascoltarlo. Nessuno.
Riaccendo le luci.
Cerco il cicalino per chiamare soccorso, ma è rotto.
Provo a parlargli, ma non serve a molto.
All'improvviso scatta in piedi: lo vedo stendere il lenzuolo, piegarlo per il lungo fino a formare una specie di fune che poi trasforma in cappio.
Luca si guarda in giro e poi si chiede ad alta voce: "E ora dove lo appendo?"
"Cosa vuoi fare?"
"Impiccarmi", lo dice come se se fosse "devo fare pipì"
"Non credo sia una buona idea"
"Cazzo, Mi fa male! Se non mi danno ascolto, ", il dolore smorza le sue parole, poi conclude sussurrando tra i dolori, "ci penso io!"
Impossibile farlo ragionare.
Siamo entrambi malati, ma lui è messo peggio di me e riesco a immobilizzarlo.
Lentamente tutto torna alla normalità e lo faccio stendere a letto.

Non so quanto tempo sia passato, quando all'improvviso fa capolino il caporale di turno.
"Tutto bene?"
Io non so cosa rispondere, Luca tace.
Il caporale guarda me, poi guarda Luca, poi guarda il suo letto "Hai tutto il lenzuolo appallottolato"
"Ehm" dico, "veramente quello è un cappio"
Il caporale sbianca, sembra quasi un cadavere.
"Tranquillo, è tutto passato. Ho risolto io", gli dico.
"E quindi?", farfuglia non appena si riprende.
"Niente, ora vediamo se riusciamo a dormire".
"A dormire?", poi aggiunge "Ah, ok. Magari ripasso più tardi" e se ne va.
Io e Luca riprendiamo a parlare: non mi fido, passerò il resto della notte sveglio.
All'improvviso mi si chiudono gli occhi e mi addormento anch'io.
Mi sveglio di colpo: ho paura di trovarmi davanti il corpo di Luca impiccato al soffitto.
Per fortuna dorme: io tiro un sospiro di sollievo, ma non dormo più.
Finalmente arriva l'alba.
E' un nuovo giorno.
Non ci sono medaglie al valore ad attendermi.
Non ci sono riconoscenze per qualcosa che ufficialmente non è mai successo.
Ma da quel momento, ogni soldato o ufficiale della caserma, mi ha salutato come se fossi un eroe.
Un eroe, voluto dal caso.

Davide Giansoldati

sabato 28 marzo 2009

Il Gigante Egoista: storytelling, primo discorso



E' iniziato il mio percorso avanzato nel Toastmasters: il tema comune ai miei prossimi cinque discorsi sarà lo story telling.

Il primo progetto è "The Folk Tale": folk tales are popular and easy to tell. Read the story and analyze its structure. What is the plot? How does the action flow. Where is the climax? Why is the story appealing. Become familiar with the scenes and characters and help the audience visualize them. Learn the story so thoroughly that you can tell it from memmory. Use gestures and your voice to add impact to the story, paying careful attention to tempo, rhythm, inflection, pauses and volume.

Ho scelto di raccontare una fiaba di Oscar Wilde che conosco fin da quando avevo 8 anni e che già allora, mi aveva colpito molto: Il Gigante Egoista.
L'ho letta e riletta, fatta mia, adattata portando alla luce certe parti e lasciandone da parte altre.

Ecco come si è trasformata...

Vi ricordate quando da piccoli, finita la scuola, andavate a giocare nei giardini?
Ascoltate questa storia, perché quello che vi sto per raccontare, sarebbe potuto accadere ad ognuno di voi...

Tutti i giorni, i bambini, finita la scuola andavano a giocare nel giardino del gigante.

Il giardino era grande, bello, coperto di tenera erbetta verde. Gli alberi erano rigogliosi e gli uccellini cantavano felici.

Del suo proprietario, il Gigante, nessuna traccia.

Dopo sette anni, il Gigante tornò e vide i bambini che giocavano nel suo giardino: "Che fate qui!", tuonò con la sua forte voce.
I bambini spaventati scapparono.
"Questo è il mio giardino!", urlò, quindi costruì delle mura altissime tutto intorno e vi affisse un cartello: "Gli intrusi saranno puniti"

Sapete, era proprio un Gigante Egoista.

I bambini non sapevano più dove giocare: la strada era pericolosa e piena di sassi.
Non c'erano altri giardini, così si trovavano all'ombra di quelle mura e dicevano tra loro "Ah come eravamo felici..."

Poi arrivò la primavera: ovunque era un arcobaleno di colori e un'orchestra di suoni.

Soltanto nel giardino del gigante egoista era ancora inverno.

Una volta un fiore mise fuori la testa, ma alla vista del cartello, provò tanta pietà per i bambini, che si ritrasse e si addormentò.

Solo la Neve e il Ghiaccio erano soddisfatti: si sentivano a loro agio in quell'inverno perenne, così invitarono anche la Grandine e il Vento del Nord.

Il Gigante non riusciva a capire cosa stesse succedendo e si chiedeva spesso perchè la primavera tardasse tanto ad arrivare.

La primavera non arrivò, nemmeno l'estate né l'autunno.
Era sempre inverno.

Un bel giorno, il Gigante si svegliò e senti gli uccellini cantare di nuovo.
Si precipitò alla finestra e vide gli alberi in fiore. I ragazzi erano riusciti ad entrare da un piccolo passaggio e stavano giocando nel giardino: ridevano e scherzavano seduti sui rami degli alberi.

Solo in un angolo regnava ancora l'inverno.

Era l'angolo più remoto del giardino: lì c'era un bambinetto più piccolo degli altri che non riusciva a salire sull'albero.

L'albero cercava di protendere i suoi rami verso il basso, ma il bambino era troppo piccolo e piangeva, piangeva, piangeva.

A quella vista, il cuore del Gigante si intenerì.
"Ora so perché la primavera non voleva venire"
Il Gigante era veramente addolorato: uscì dalla casa e si diresse verso il bambinetto.

Quando gli altri ragazzini lo videro, scapparono via spaventati.
Scapparono tutti tranne il bambinetto, i suoi occhi erano così colmi di lacrime che non videro arrivare il Gigante.

Il Gigante, lo prese delicatamente tra le mani, lo appoggio sull'albero che all'improvviso fiorì.

Ora c'era la primavera ovunque e gli uccellini cantavano felici.
Il bambino allungò le braccia, si strinse al collo del Gigante e lo baciò.

Quando gli altri bambini capirono che il Gigante non era più cattivo, tornarono a giocare.

"Ora questo è il vostro giardino. Venite a giocare tutte le volte che volete."
Poi il Gigante abbatté mura e cartello.

Alcune ore dopo il Gigante chiese ai bambini: "Dov'è il vostro piccolo amico? Quello che ho aiutato a salire sull'albero?" Il Gigante lo amava più di tutti, perché l'aveva baciato.
"Non lo sappiamo", risposero i bambini. Nessuno di loro l'aveva mai visto prima.

Ogni giorno i bambini, finita la scuola, venivano a giocare nel giardino, ogni giorno il Gigante aspettava quel bambinetto, ma nessuno lo vide più.

Gli anni passarono e il Gigante divenne vecchio e debole.
Sedeva in una grande poltrona e guardava i bambini giocare.

Una mattina d'inverno, guardò fuori dalla finestra e vide che, nell'angolo più remoto del giardino, c'era un albero in fiore.
Il Gigante corse verso quell'albero pieno di gioia: ai suoi piedi c'era il bambinetto che non vedeva da così tanti anni.

Quando si avvicinò, si fece però rosso di collera e rabbia.
"Chi ha osato farti questo?"
Il bambino aveva segni di chiodi sulle mani e sui piedi.
"Chi è stato? Dimmelo e lo ucciderò con la mia spada."
"No", rispose il bambino, "queste sono le ferite dell'amore"
Il Gigante sentì una grande forza provenire da quel bambino e si inginocchiò.
"Un giorno mi lasciasti giocare nel tuo giardino, oggi verrai a giocare nel mio, il Paradiso."

Quando, nel pomeriggio, i bambini arrivarono nel giardino per giocare, trovarono il Gigante morto, ai piedi dell'albero, tutto coperto di fiori candidi.

Davide Giansoldati
(Basato su un racconto di Oscar Wilde)

sabato 24 gennaio 2009

Dentro la descrizione



Pubblico volentieri questo testo, scritto da Claudia, una delle partecipanti al mio corso di scrittura creativa.

Buona lettura a tutti

Davide

Salire le scale, imbiancate di antica calce, fu piuttosto rischioso; i bombardamenti dell’ultima guerra avevano reso i gradini friabili e l’incendio derivante aveva annerito ed indebolito le pareti, tanto che, ad ogni mio passo, udivo qualcosa sgretolarsi e cadere nel cortile sottostante.

Finalmente entrai nella stanza al secondo piano, dai residui di lastroni in marmo dal colore indefinito dedussi che doveva essere stata una cappella. Di sicuro, oltre alla guerra, anche i ladri avevano deturpato quel piccolo e riservato luogo di pace, tanto che dell’altare rimanevano solo un cumulo disordinato di mattoni in tufo, spogliati senza tanti riguardi di qualsiasi tipo di rivestimento, e sulla parete a volta l’intonaco grigiastro mostrava il profilo più chiaro di un crocifisso. Immaginai che i banchi avessero alimentato qualche focolare nei mesi invernali, e mi auguravo che almeno il crocefisso fosse stato risparmiato da questa sorte.

Proseguii con cautela inoltrandomi in un corridoio dalla forma di una stretta volta. Secondo i miei calcoli, doveva collegare la cappella al ballatoio, intravisto mentre giungevo in questo luogo. Il corridoio però era stato pesantemente danneggiato e la luce del pomeriggio inondava d’oro le pareti butterate dagli spari e dagli smottamenti, mentre il pavimento era coperto dalle fini macerie causate dai crolli e dalle intemperie. Piccoli ciuffi coraggiosi di erbacce spuntavano tra i lastroni di pietra ormai sconnessi.

Quando passai accanto alla spaccatura più consistente addossai le spalle alla parete opposta, ma fui incapace di proseguire, completamente rapita dalla visione del sole che, lentamente, si adagiava tra i profili morbidi delle colline, arrossendo sedotto dal sussurro sommesso del fiume e del canto assonnato degli ultimi uccelli diurni.

mercoledì 24 dicembre 2008

Il piccolo Andrea


Andrea e i suoi amici, dopo aver salutato i genitori, che li guardavano partire per le loro esplorazioni nel boschetto dietro il villaggio, si preparavano ad una delle loro avventure.
Andrea era il più piccolo del gruppo: avevano tutti la stessa età, ma gli altri lo superavano per almeno una spanna o due.
A volte gli amici lo prendevano in giro scherzando sulla sua statura, a volte tutto il mondo sembrava quasi cospirare contro di lui.
Come adesso: adesso che guardava estasiato quella mela rossa e succosa su un ramo troppo alto per arrivarci.

"Uffa..." pensò tra sé, poi i suoi pensieri furono bruscamente interrotti dal vociare di uno degli amici.
"Ehi, guardate lì avanti, sembra un pentolone pieno d'oro..."
"Dai, andiamo a vedere..."
"Dai che diventiamo ricchi"
"L'ultimo che arriva è un somaro!"
La corsa ha inizio e tutti i ragazzini, anche il piccolo Andrea, arrivano quasi insieme davanti al pentole che straborda monete d'oro.
Poi, succede tutto in un attimo: sotto di loro si apre un buco e tutti precipitano in una fossa nel terreno, sapientemente nascosta.
Un letto di foglie attutisce la loro caduta, ma non c'è verso di uscire da lì: sono in trappola. Le pareti sono viscide e fangose, non ci sono appigli, non c'è nessuno che li possa aiutare.
All'improvviso dei rumori, dei tonfi e un borbottio gutturale. Un orco si sporge dal ciglio della buca e li guarda pregustando il lauto banchetto.
L'orco soffia dalla bocca il suo alito fetido e i ragazzini, svengono uno dopo l'altro, inermi e spaventati.

* * *

Lentamente i ragazzi riprendono conoscenza. Si trovano in una caverna e, a giudicare dall'unica stella che luccica da una piccola apertura in alto, è ormai notte fonda.
"E adesso cosa facciamo?"
"Ho paura, ho paura"
"Calma, Calma..."
"Adesso ci mangia, lo sapete quello è un orco..."
"Dobbiamo scappare!"
"Ma come?"
Caos, panico, paura assalgono questi ragazzi, uno di loro, il più alto, alza la testa e scorge un passaggio.
"Ecco scapperemo da lì!"
"Ma dove porta?"
"Non importa, ogni posto è migliore di questo!"
A turno saltano, si afferrano ai bordi del buco, cercano di issarsi, ma il buco è troppo stretto, non ci passano.
Poi tutti insieme si voltano verso il piccolo Andrea, come se all'improvviso fossero tutti consapevoli delle sue qualità uniche.
"Andrea, tu di sicuro ci passi..."
"Ma come ci arrivo?"
"Ti isso io, poi tu esci, scappi e provi a cercare aiuto"
Il piccolo Andrea è spaventato, ma allo stesso tempo si sente importante e al centro dell'attenzione: lui, lui li può salvare tutti.

* * *

Pochi minuti dopo è nel tunnel, avanza carponi, come ha visto fare da certi guerrieri, sente la carezza del vento che lo guida come una bussola.
Arriva finalmente in una stanza più grossa e lì nel mezzo, il terribile orco russa facendo chissà quali cannibali sogni.
Andrea si muove silenzioso, acquattandosi dietro ogni riparo che riesce a trovare e poi ecco l'uscita e il bosco.

* * *

Corre a gambe levate per centinaia di metri, poi si accovaccia trovando riparo grazie alla complicità del sottobosco e delle foglie secche.
Aspetta che il suo respiro torni calmo e poi avanza lentamente verso il villaggio, guidato dai fuochi notturni in lontananza che presto diventano contorni nitidi.

* * *

"Cos'è successo Andrea?"
"Dove sono gli altri?"
"Dov'è mio figlio?"
Uomini e donne del villaggio lo assalgono con una tempesta di domande.
"Lasciatelo parlare!", tuona il capo villaggio.
Andrea racconta tutta la storia dall'inizio alla fine, parla dell'inganno, della buca, della caverna e di come lui si sia riuscito a tornare a casa: le sue parole tradiscono una nota di orgoglio mista all'emozione per quella impresa.

* * *

I guerrieri del villaggio si preparano a dare battaglia e nulla può un solo orco contro l'amore per i propri figli.
Una volta liberati, tutti i ragazzi vanno a rendere omaggio al loro piccolo grande amico inchinandosi in segno di rispetto.

* * *

Sono passati alcuni giorni, Andrea passeggia da solo nel bosco e si ferma nuovamente sotto il ramo dove in alto c'è quella mela rossa e succosa.
Tutto succede in un attimo e Andrea si trova tra le mani proprio quella mela.
Forse è riuscito finalmente a prenderla allungandosi, forse l'albero stesso si è chinato verso di lui e gli ha sussurrato qualcosa, ma questa è un'altra storia...

Davide

BUON NATALE A TUTTI ;-)

sabato 15 novembre 2008

Sangue


Oggi voglio farvi leggere un racconto che ho scritto qualche mese fa.

Come in tutti i miei racconti, c'è sempre qualche elemento che mi appartiene: parto da qualcosa di reale e vissuto e poi la storia si sposta in un mondo dove tutto è possibile.

Vi lascio al mio racconto, Sangue, pubblicato sul Magazine della Graphe.it

Buona lettura!

Davide